Alcune recensioni di Insonni notti
Lo stimolo che porta a scrive questo lungo canto è una lunghissima camminata fatta, in momenti diversi, per le strade di New York. Durante il periodo che va dal settembre 1998 al maggio 2000, una ripetuta serie di viaggi nella metropoli conduce per mano il poeta in un dedalo di strade sconosciute che offrono incredibili opportunità alla fantasia per spaziare fra l’immaginario ed il ricordo, fra la realtà del vivere quotidiano ed il grigiore dei rimpianti.
Come annota Antonio Muñoz Molina nel libro Le finestre di Manhattan, “camminare è uno strumento  di conoscenza e un modo di vivere, un esercizio permanente di avvicinamento e lontananza. Il corpo, l’anima, l’immaginazione, lo sguardo, l’attenzione, il ricordo, si uniscono in un solo compito. Camminare è il tempo presente e insieme l’intero passato delle strade già percorse, un tempo eccentrico”.
Le prospettive delle strade e le linee architettoniche dei palazzi incombenti si spalancano come voraci fauci capaci d’ingoiare un piccolo uomo armato solo dei propri pensieri; la voglia di perdersi per le vie senza una meta, ingenera un meccanismo che, scontrandosi col presente di una megalopoli per eccellenza, scioglie le briglie artistiche ad appunti, sensazioni, ricordi e percezioni a ritroso capaci di comporre una sorta di elegia accusatoria e profetica.
“Il viaggiare è il più personale dei piaceri”, scrive Vita Sackville West, “non c’è niente di più noioso del viaggiatore che ti assilla con i suoi racconti”. Ovviamente dipende dal viaggiatore e dal peso che costui conferisce all’esperienza del viaggiare. Per poter dare un impulso al lettore è necessario catturare la sua attenzione, fornendogli motivazioni accessibili attraverso un registro che solo un poeta/ viaggiatore d’eccellenza può fare. Uno degli strumenti accattivanti è sicuramente la capacità di esprimere le proprie emozioni attraverso le personali impressioni, la descrizione dei luoghi e  degli accadimenti,  in maniera tanto vivida da permettere di immedesimarsi in quella stessa circostanza come vivendoli in prima persona; così facendo l’autore riesce a trasmettere tutte le emozioni vissute, sino a quella più recondita, rendendo accessibile a un pubblico d’èlite aspetti arcani e inconfessati.
Viene da domandarsi: perché La Grande Mela e non altre città certamente meglio conosciute dall’autore? New York è nell’immaginario collettivo di tutti, anche di chi non c’è mai stato, ma è stato colonizzato da film, arti visive o letteratura; è la città per eccellenza: la metropoli che non dorme mai, dove i contrasti sono tutto e non sono nulla. E’ un proscenio sul quale ci si può affacciare verso l’orchestra e gli spettatori, lasciando alle spalle gli altri attori; oppure è il teatro dove, da spettatore attento, va in scena uno spettacolo dopo l’altro, contemporaneamente. Lo stimolo per la mente è l’eccitazione stessa di esserci e partecipare allo show, senza decidere da che parte stare, perdendosi, appunto, come fa l’autore: fisicamente e mentalmente.
Scrisse il grande architetto Charles-Edouard Jeanneret-Gris, meglio noto come Le Corbusier: “Cento volte ho pensato che New York è una catastrofe e cinquanta volte che è una bellissima catastrofe.”

 

Alcune recensioni di SMS Ermitage.
A distanza di qualche settimana dalla fine di un breve periodo trascorso fra San Pietroburgo e Mosca, l’Autore ritrova nel file ‘bozze’ del suo telefono cellulare una serie di versi sciolti che lo riportano, quasi con violenza, all’intimità dei momenti in cui sono stati scritti. Una sorta di falsi aikù, storpiati nella metrica e nella composizione dettata dalle regole poetiche, scritti con ermetico candore e necessariamente scarniti per essere spediti via SMS (Short Message System, ovvero il sistema di telefonia mobile per l’invio di brevi messaggi) a chi potesse condividere, di lontano, i momenti più tesi espressi dalle parole.
Saltuarie frasi di profondo eremitaggio - spirituale più che fisico - vissute nella città di San Pietroburgo, della quale subisce, da oltre vent’anni, i repentini cambiamenti come fossero ferite inferte alla sua memoria, in perenne corso di cicatrizzazione, ma mai completamente rimarginate.
  
Versi ovviamente mai spediti e riletti, rimasti in custodia nella memoria artificiale del telefono a sostentare l’archivio delle emozioni non disperse nonostante gli anni di continue rivisitazioni degli stessi luoghi, ancora più isolati e solitari di quanto non fossero per Caterina la Grande le sue visite private all’interno del museo Ermitage; sono parole scritte – e lo si avverte vibrare - nella foga di racchiudere in sintesi letteraria sensazioni molto più forti di ciò che i versi possono in realtà contenere, ma sempre in coerente simbiosi con la città stessa, in sintonia con il paesaggio circostante al momento della stesura, sulla lunghezza d’onda delle persone di passaggio: insieme, ignari bersagli dei  pensieri più remoti dell’Autore.

 

Alcune recensioni di Il riso e le libellule.

Leggo questi versi densi di quell’esperienza leggiadra e nello stesso tempo perturbante che l’autore si porta dentro, rubata agli anfratti del mondo. Affronto il non sens: leggiadro animale è la libellula, silenziosa e soavemente adagiata al soffio del vento; perturbante definisco invece un piatto di riso con le libellule, specialità balinese, alimento comune in quella terra. Perturbante non in quanto sinonimo di repulsione – citando Freud- ma di paura generata da qualcosa che da familiare si tramuta in entità sconosciuta.
Il perturbante è il timore che qualcosa di conosciuto, come il riso, oppure gradito, come una libellula, perda improvvisamente queste caratteristiche divenendo ignoto, tramutandosi in altro; pertanto sconfiggere questa condizione dovrebbe essere abbastanza semplice, visto che il perturbante consiste nel processo di trasformazione da una cosa nota ad una ignota e lo spiazzamento di questa metamorfosi è sicuramente inusitato, però superabile. Basterebbe seguire la traccia della propria conoscenza, per esempio superando luoghi comuni ed abitudini radicate,  per arrivare alla nuova forma: in parole povere sarebbe sufficiente assaggiare la pietanza! ma è a questo punto che il rifiuto dell’Alterità tende l’agguato con un impedimento dato da una cultura che non sia la propria e, solo chi sta nel mezzo ed attraversa – come l’autore – questa linea tra Identità ed Alterità, mettendo sempre in discussione la propria cultura con le altre, trova forse il modo per saltare l’ostacolo. Così come durante la lettura avverto sovente i fantasmi di sostantivi più forti di quelli utilizzati, camuffati ed ingentiliti, quali mimetici segnali del vero significante.
Dietro questa combinazione di parole, cibi ed insetti, c’è l’eterna incapacità di impattare  la vita intera nelle sue mutevoli diversità, ed è allora che le parole vergate divengono scuotimento, lamenti ed agitate voglie di non ritorno dai luoghi che molti di questi versi vorrebbero far propri, anche se non è chiaro quanto all’autore stia nel cuore il desiderio di ritorno in patria come un malinconico Ulisse per urlare che il mondo abbisogna di dantesca caunoscenza per essere amato. Affidare il proprio messaggio alla poesia non è certo il canale più immediato di fruizione e propaganda, soprattutto quando in viaggio si affida al caso per stimolare l’ispirazione; fortunatamente, come scriveva Italo Calvino in ‘Lezioni americane’: “La poesia è la grande nemica del caso, pur essendo anch’essa figlia del caso e sapendo che il caso in ultima istanza avrà partita vinta.”

 

Alcune recensioni di Viaggio Infinito
“Basta scorrere questo suo [...] libro per accorgersi che Resca affida alla parola nuda il compito di costruire la frase su sintagmi schivi da ogni arzigogolo, essenziali e crudi nella loro oggettività, moderni e schietti nella loro forma. [...] emana una dannata volontà di comunicazione, una dionisiaca predisposizione al coinvolgimento, la lucida convinzione che è possibile scavalcare la convenzione per riferirsi all’origine delle cose, alla ricerca della ragione primordiale che stimola il continuo interrogarsi dell’uomo sul suo essere più o meno capace di rapportarsi all’uomo.”
(Athos Tromboni, La Nuova Ferrara, 1989)

“[...] 60 poesie tutte legate fra loro dallo spirito dell’uomo che si sente solo e straniero in mezzo alla folla. In un linguaggio che non ha nulla a che vedere con quello dei poeti della classicità, ma estremamente realistico, il poeta si fa portavoce della sua condizione, che viene allargata a tutto l’universo. [...] L’uomo in particolare è il protagonista di queste composizioni, è il baricentro della realtà e del mondo, punto di riferimento sul quale è necessario basarsi per continuare ad avere speranza.”
(M.P. La Gazzetta di Ferrara, 1989)

“[...] con questa silloge (Resca) si rivela poeta moderno, tutto proteso a recepire la quotidianità come fatto acquisito  di una vita dinamica che non prescinde dalla forza dell’immagine, [...] il linguaggio è parlato oltre che immaginato, di scarsa punteggiatura che lo rende più intenso, e dalle sequenze vivaci e composite. Il poeta si guarda intorno ed osservando fa, nello stesso tempo, cronaca e critica di ciò che lo circonda.”
(Antonio Caggiano, Il Resto del Carlino, 1989)

“A causa (o per merito) della sua professione Fabrizio Resca vive buona parte del proprio tempo all’estero, in particolare nell’ex Unione Sovietica ed in America Centromeridionale. Per questo, il topos del ‘viaggio’ è la linfa vitale e creativa che scorre, fin dal severo libro d’esordio: Viaggio Infinito, nelle arterie del suo ‘corpus’ letterario.”
(Riccardo Roversi, Percorsi Letterari Ferraresi, Il Resto del Carlino, 1999)

Alcune recensioni di Passi nelle polvere
“Un viaggio, certo, spaziale ma, spesso, intrapreso quasi inconsapevolmente anche tra i meandri del proprio sentire, grazie al suggerimento, improvviso e impreveduto, di una immagine. [...] ‘Adotatto’ dalla Russia che diventa l’occasione per una ritrovata e completa identità, il poeta si fa interprete esclusivo dell’avventura dell’occhio [...]”
(Redazione de La Nuova Ferrara, 1991)

“Una poesia eminentemente ‘visiva’, nel senso che nasce dalla curiosità di uno sguardo che interroga lo spazio intorno con accanimento, estraendone figure, situazioni, momenti di vita, anche esigui episodi. I risultati sono spesso originali e suasivi, sempre molto stimolanti.”
(Giorgio Barberi Squarotti, Università di Torino, 1991)

“Colpisce di questa sua anima erratica la disponibilità all’incontro, il culto dell’amicizia che si accende in quel ‘noi’ così spesso evocato, una capacità di guardare se stesso che guarda, a fianco degli altri oggetti del paesaggio, l’ansia di viaggiare a compimento di un destino (e di una destinazione), come se ogni terra e ogni ritorno sulla stessa fosse l’aggiunta di una nuova tessera al mosaico che mostrerà un giorno tutto il disegno dell’esistenza, il suo senso finale [...]”
(Roberto Pazzi dalla prefazione, 1991)

“Una nuova raccolta di poesie che in parte racconta la Russia: intimi stralci di vita di un grande Paese che Resca ha conosciuto e vissuto nei suoi innumerevoli viaggi, fin quasi a farne parte. [...] E’ implicita nel titolo l’idea di un cammino, un percorso segnato da una poesia ‘eminentemente visiva’[...] Una via che lega il poeta e l’uomo a ciò che gli sta attorno, in senso fisico ed intimistico: ancora una volta la vera ricchezza del mondo sta nell’incontro con al gente e non nei monumenti, soprattutto in paesi dove i valori umani sono rimasti fortunatamente esenti da frenesie e consumismo.”
(Redazione di Più, 1991)

“Nella prefazione Roberto Pazzi annota come rileggendo queste pagine egli abbia rivissuto quella ‘cittadinaza russa’, evocata o direttamente conosciuta, che lega in qualche modo la sua esperienza poetica a quella di Resca: una Russia ‘adottata’ come patria visionaria.”
(Redazione de L’Unità, 1991)

“Identico tema (il viaggio) pervade anche la seconda silloge di Resca Passi nella polvere, un lavoro che propone, ha commentato al riguardo Giorgio Barberi Squàrotti, una “poesia eminentemente visiva, nel senso che nasce dalla curiosità di uno sguardo che interroga lo spazio intorno con accanimento, estraendone figure, situazioni, momenti di vita”. Una raccolta percorsa, ha inoltre scritto Rosalba Masone Beltrame, da “uno spaventoso senso di estraneità unito ad un desiderio di comunicare, do fermarsi, di gridare; ma l’urlo non esce [...] e l’anima non sa che patire in silenzio”.
(Riccardo Roversi, Percorsi Letterari Ferraresi, Il Resto del Carlino, 1999)

Alcune recensioni di Anime di Passo
“L’umanità alla quale Fabrizio Resca s’ispira, è quella che abita il mondo così come noi lo conosciamo, ricco di fatti e di cose, ma soprattutto di tracce, di orme lasciate dal tempo. Il viaggio, il percorso materiale compiuto alla ricerca di qualcosa che permetta di giudicare il mondo, diventa così la maniera più consona per addentrarsi  nel reale valicando le sterili consuetudini di ogni giorno, che inevitabilmente depistano chi vuole intuire cosa si cela oltre il metodico e invariabile scorrere del tempo [...]”
(Giuseppe Moscardini dalla prefazione, 1998)

“[...] Per rimanere sul versante squisitamente lirico, [...] Anime di Passo è forse il suo maggior lavoro poetico, quantomeno il più matura, colto e più profondamente intimista. Nel quale la condizione dell’attesa, il senso dell’origine archetipica dell’uomo nella sua imperscrutabile vicenda esistenziale, la percezione dell’ineluttabile scorrere del tempo e delle cose, raggiungono momenti di nitidezza e di intensità espressiva superiori rispetto agli altri volumi. Il tutto ‘narrato’ col medesimo saggio disincanto affiorato forse nelle parole dell’anziano pescatore che ispirò a Hemingway le celebri pagine de Il vecchio e il mare, intervistato personalmente dallo stesso autore in uno dei suoi viaggi a Cuba.”
(Riccardo Roversi, Percorsi Letterari Ferraresi, Il Resto del Carlino, 1999)

Alcune recensioni di Le nubi del Caribe
“’Poesie in viaggio: cammino infinito della materia verso l’ombra dello spirito, sospinta lontano da una intensa luce alle spalle’,  così recita l’introduzione poetica della silloge di Resca che si propongono al lettore, come l’autore stesso precisa, come appunti di viaggio in poesia, veri e propri ‘moleskines colme di note’ che richiamano paesi d’oltre oceano: ‘Sud America lontano’. [...] La meta è quella spirituale, fisica, poetica, evidente della ricerca di un Paese (probabilmente geograficamente inesistente) ‘oltre le nuvole’. [...] L’autore gioca con i propri ricordi, con le sensazioni più intime e le parole, con l’esperienza e l’urgenza di scrivere ‘poesie per strada, nella valigia e  nelle tasche, versi scritti a matita sputati sui passanti; necessità per pochi che violentano se stessi: quattro gatti che non conoscono né rime né pace, ma sanno vedere il cielo dall’alto e conoscono il colore delle stelle sul versante più ignoto, dove ogni astro brilla di luce diversa’. [...] Ancora una volta l’autore ci fa partecipi della sua sensibilità di viaggiatore, di poeta che guarda la gente avendo sullo sfondo i monumenti.”
(Redazione di Più, 1999)

Alcune recensioni di Fata Morgana
“[...] L. mi viene accanto: - E’ arrivato il ragazzo che dipinge con le parole - mi dice e fa un balletto con le dita. Ci sorridiamo complici più che mai. Fabrizio entra e così, semplicemente, comincia a raccontare il suo viaggio.”
(Patrizia Bena dalla prefazione, 2000)

Alcune recensioni di Il gioco delle Parche
“Vincere la paura, credere nelle proprie energie, disegnare la mappa del tesoro e mettere su carta i fili sparsi della matassa che ci avvolgono come tela di ragno. Tentativi vani, giustificazioni, ceneri nel vento, a volte versi sparsi (che indignano i membri delle giurie) giacché il tempo può riunirli in poesie…”
(Dal proemio, 2001)

Alcune recensioni di Intervalli di marea
“[...] Intervalli di marea, in cui gli strepitosi “segni-disegni” di Cestari si fondono e confondono con le tue ‘liriche dal mondo [...]”
(Riccardo Roversi, 2003)